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L'Europa non può solo scrivere le regole dell'AI

Stati Uniti e Cina costruiscono i modelli, l'Europa scrive le leggi. Le regole servono, ma da sole non bastano: dove credo che l'Europa (e l'Italia) possa davvero giocare la sua partita.

Mattia PanattaAggiornato il 12 ottobre 20266 minOpinione
Bandiere dell'Unione europea davanti al palazzo Berlaymont a Bruxelles
Foto: Guillaume Périgois · Unsplash

C’è una battuta che circola da anni: “Gli Stati Uniti innovano, la Cina copia, l’Europa regola”. Come tutte le battute è ingiusta, ma basta aprire la classifica di Artificial Analysis per capire perché fa male.

I numeri non mentono

Tra i modelli più capaci a ottobre 2026 trovi Anthropic, OpenAI, Google e Meta (Stati Uniti) e, tra quelli a pesi aperti, Xiaomi, Z AI, Moonshot, Alibaba e DeepSeek (Cina). Il primo modello europeo nella lista, Mistral Large 4, è molto più in basso, e Mistral lo vende a prezzo promozionale per farsi spazio. Anche nell’infrastruttura il distacco è netto: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 gli Stati Uniti consumavano il 45% dell’elettricità dei data center mondiali, la Cina il 25%, l’Europa il 15%.

Nel frattempo, l’Europa ha scritto la legge più completa al mondo sull’AI, e nel 2026 ha dovuto rinviarne una parte importante perché le imprese non erano pronte.

Le regole servono (davvero)

Non sono tra quelli che pensano che l’AI Act sia un errore. La logica basata sul rischio è giusta: un chatbot che scrive email non va trattato come un software che seleziona chi assumere o a chi concedere un mutuo. L’obbligo di dire che un contenuto è generato, o che stai parlando con una macchina, protegge tutti. E una regola chiara, alla lunga, aiuta anche le imprese: sanno cosa possono fare.

Il problema non sono le regole. È pensare che le regole bastino.

Dove l’Europa può giocare

Competere sul modello più grande del mondo richiede investimenti da centinaia di miliardi, energia abbondante e un mercato dei capitali che l’Europa oggi non ha. Ma la partita dell’AI non si gioca solo lì. Vedo almeno quattro campi in cui possiamo vincere.

1. L’adozione. Il valore economico dell’AI non sta solo in chi costruisce i modelli, ma in chi li usa meglio. Un tessuto di PMI come quello italiano, se impara a usare l’AI nei processi quotidiani, può guadagnare in produttività più di quanto perda non avendo un “campione nazionale”.

2. I modelli aperti e specializzati. Non serve il modello migliore del mondo per leggere fatture, analizzare contratti in italiano o assistere un medico di base. Modelli aperti, adattati a lingue, norme e settori europei, e fatti girare su infrastrutture europee, sono una strada concreta.

3. La fiducia come prodotto. Un’azienda europea che vende AI conforme, con dati che restano in Europa e garanzie verificabili, ha un argomento che i concorrenti americani e cinesi faticano a offrire. Le regole, qui, diventano un vantaggio competitivo.

4. Le competenze. Ricercatori europei sono dietro a molte delle svolte dell’AI moderna, ma spesso lavorano in laboratori americani. Trattenere e attrarre talenti vale più di qualsiasi piano industriale.

E l’Italia?

L’Italia è stata il primo paese europeo con una legge nazionale sull’AI. Bene. Ma la vera sfida italiana è un’altra: milioni di piccole imprese e studi professionali che non hanno un reparto IT, e che rischiano di restare indietro non per mancanza di strumenti (sono accessibili a tutti, a 20 euro al mese) ma per mancanza di tempo, formazione e fiducia.

È per questo che ho creato Lumen: perché la differenza, in Italia, la farà chi sa usare questi strumenti con metodo, non chi li costruisce.

In una riga

Le regole proteggono, ma non producono. L’Europa deve scrivere le leggi dell’AI e, allo stesso tempo, diventare il posto dove l’AI si usa meglio.

Fonti

Contenuto informativo aggiornato alla data indicata. Prezzi, modelli e norme cambiano spesso: verifica sempre sulle fonti ufficiali. Testo scritto con il supporto di strumenti di AI e rivisto dall'autore.

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Prossima opinione →Il commercialista del 2030 non registrerà fattureLe fatture si registreranno da sole, le dichiarazioni si precompileranno, le ricerche le farà un agente. Cosa resterà al commercialista? Secondo me la parte migliore del mestiere. Ma solo per chi si prepara adesso.