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AGI: la parola che confonde più di quanto spieghi

Ogni laboratorio promette l'intelligenza artificiale generale "entro pochi anni", ma nessuno è d'accordo su cosa sia. Perché credo che per capire il futuro serva guardare ai compiti, non alle etichette.

Mattia PanattaAggiornato il 12 ottobre 20266 minOpinione
Un robot umanoide seduto nella posizione del loto
Foto: Aideal Hwa · Unsplash

“Raggiungeremo l’AGI entro il 2027.” “Entro il 2030.” “Ci siamo già.” “Non ci arriveremo mai con questa tecnologia.” Se segui il mondo dell’AI, avrai sentito tutte queste frasi, a volte dalla stessa persona a distanza di pochi mesi.

Il problema non è chi ha ragione. È che non stanno parlando della stessa cosa.

Una parola, molte definizioni

AGI sta per Artificial General Intelligence, intelligenza artificiale generale. Ma ognuno la definisce a modo suo:

  • un sistema che sa fare qualsiasi compito intellettuale che sa fare una persona;
  • un sistema che sa fare la maggior parte del lavoro economicamente utile meglio delle persone;
  • un sistema capace di imparare cose nuove da solo, come un essere umano, invece di essere addestrato;
  • un sistema in grado di fare ricerca scientifica, compresa quella sull’AI stessa, in autonomia.

Con la seconda definizione, alcuni sostengono che ci siamo quasi. Con la terza, siamo ancora lontani. E le definizioni cambiano anche per ragioni non scientifiche: contratti, raccolte di fondi, attenzione mediatica.

Perché l’etichetta è poco utile

Discutere di “quando arriva l’AGI” porta a due errori opposti.

Il primo è sottovalutare il presente: siccome “non è ancora AGI”, si ignora che i modelli di oggi sanno già scrivere codice per ore, analizzare contratti, fare ricerche con decine di fonti. Molti lavori stanno cambiando adesso, senza bisogno di nessuna soglia magica.

Il secondo è sopravvalutare il futuro: si immagina un giorno preciso in cui tutto cambia. È più probabile una transizione graduale e disomogenea, con sistemi bravissimi in alcune cose e sorprendentemente fragili in altre (ne è un esempio il fatto che modelli capaci di dimostrazioni matematiche avanzate possano ancora inventare una sentenza).

Guardare ai compiti, non alle etichette

Un modo più utile di pensare il futuro è chiedersi, compito per compito:

  1. L’AI lo fa già bene? (riassumere, tradurre, scrivere bozze, cercare)
  2. Lo fa bene con supervisione? (codice, analisi, ricerca)
  3. Lo fa in autonomia per ore? (agenti che completano progetti)
  4. Lo fa meglio dei migliori esperti? (per ora, pochi casi molto specifici)

Ogni anno molti compiti salgono di un gradino. È questa scala, non l’etichetta AGI, che dice cosa cambierà nel tuo lavoro.

E la superintelligenza?

Alcuni ricercatori temono sistemi molto più capaci di noi, difficili da controllare. È un tema serio (ne parlo nell’opinione su quanto preoccuparsi), e merita ricerca e regole. Ma anche qui la parola rischia di nascondere le domande concrete: chi controlla questi sistemi, con quali verifiche, con quali limiti.

In una riga

L’AGI è una parola utile per i titoli e scomoda per i ragionamenti. Per capire il futuro dell’AI, chiediti cosa sa fare oggi, cosa saprà fare domani, e chi lo decide.

Fonti

Contenuto informativo aggiornato alla data indicata. Prezzi, modelli e norme cambiano spesso: verifica sempre sulle fonti ufficiali. Testo scritto con il supporto di strumenti di AI e rivisto dall'autore.

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Prossima opinione →Ho fatto cinque canzoni con l'AI. Chi è l'autore?Per Lumen Radio ho scritto i testi e Suno ha composto, arrangiato e cantato. Il risultato è sorprendente e un po' inquietante. Cosa ho imparato su creatività, diritti e trasparenza.