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L'AI non ti ruba il lavoro. Ti toglie il primo gradino.

Gli studi più seri dicono che l'AI automatizza compiti, non mestieri. Ma i compiti che spariscono per primi sono quelli con cui i giovani imparavano il mestiere. Lo dico da giovane che ha appena iniziato a lavorare.

Mattia PanattaAggiornato il 13 ottobre 20267 minOpinione
Due colleghi al computer in un ufficio open space
Foto: Proxyclick · Unsplash

Sul lavoro e l’AI si sentono due storie opposte. La prima: entro pochi anni gli agenti faranno quasi tutto il lavoro d’ufficio e la disoccupazione esploderà. La seconda: è sempre stato così, ogni tecnologia distrugge alcuni mestieri e ne crea altri, tranquilli. Dopo aver letto e ascoltato molto (e lavorando ogni giorno in uno studio dove l’AI è entrata davvero) credo che entrambe sbaglino il punto.

Compiti, non mestieri

La tesi più solida, sostenuta tra gli altri da Andrew Ng, è che l’AI automatizza compiti, non mestieri interi. Un lavoro è un fascio di compiti: alcuni ripetitivi, altri di giudizio, di relazione, di responsabilità. L’AI si prende i primi e lascia gli altri.

Nella mia esperienza è esattamente così. In uno studio tributario l’AI legge le fatture e propone la registrazione, smista le email, trova la circolare giusta, scrive la prima bozza di un parere. Non decide se un costo è inerente, non spiega al cliente perché quest’anno paga di più, non firma la dichiarazione. Il commercialista non sparisce. Cambia il modo in cui passa la giornata.

Il problema vero: il primo gradino

Ecco però la parte che mi preoccupa, e che riguarda la mia generazione. I compiti che l’AI fa meglio sono proprio quelli con cui i giovani imparavano il mestiere.

Il praticante registrava le fatture, e così capiva come funziona un bilancio. Il giovane avvocato faceva le ricerche di giurisprudenza, e così imparava a ragionare sui casi. Il junior analyst costruiva i fogli Excel, e così capiva il business del cliente. Erano compiti noiosi, ma erano la palestra.

Erik Brynjolfsson, a Stanford, studia proprio questo: i dati sulle assunzioni mostrano che l’impatto dell’AI si concentra sui lavoratori più giovani e sulle posizioni d’ingresso, mentre chi ha esperienza ne beneficia. Ha senso: l’esperienza è esattamente ciò che serve per controllare il lavoro dell’AI.

Il rischio, quindi, non è tanto la disoccupazione di massa domani. È un mondo in cui le aziende smettono di formare junior perché “tanto lo fa l’AI”, e tra dieci anni si ritrovano senza le persone esperte necessarie a supervisionarla.

Cosa farei se fossi un’azienda

  1. Non smettere di assumere giovani. Cambia cosa fanno. Invece di registrare 300 fatture, il junior supervisiona l’automazione che le registra, controlla le eccezioni, spiega perché una è sbagliata. Impara di più, più in fretta.
  2. Rendi esplicito l’apprendimento. Prima il “fare la gavetta” insegnava da solo. Ora serve progettarlo: affiancamento, revisione del lavoro, casi discussi.
  3. Usa l’AI come tutor, non come scorciatoia. La stessa tecnologia che toglie i compiti di base può spiegare, fare domande, correggere. Ma solo se la usi così.

Cosa farei se fossi un giovane (e lo sono)

  1. Diventa la persona che verifica. Saper controllare un risultato dell’AI richiede di capire la materia meglio di chi si limita a produrlo. È la competenza che varrà di più.
  2. Investi nel giudizio e nelle relazioni. Decidere, spiegare, convincere, assumersi la responsabilità: i compiti che restano umani sono questi.
  3. Non delegare la fatica di capire. Cal Newport e molti studiosi dell’apprendimento lo dicono chiaramente: le capacità che non eserciti si atrofizzano. Usa l’AI per togliere il lavoro meccanico, non lo sforzo di pensare.
  4. Diventa bravo con gli strumenti, ma non solo. Saper usare l’AI è necessario e non sufficiente: tra qualche anno lo sapranno fare tutti. La differenza la farà ciò che sai oltre lo strumento.

E la creazione di nuovi lavori?

Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia, insiste su un punto che condivido: la direzione della tecnologia non è un destino. Si può usare l’AI per sostituire persone o per renderle più capaci: un tecnico che con l’AI diagnostica guasti che prima richiedevano un ingegnere, un’infermiera che gestisce più pazienti con più sicurezza. Il secondo percorso crea più valore e più lavoro, ma va scelto, anche dalle politiche pubbliche.

Nel mio piccolo, è la scelta che faccio nel mio lavoro: l’AI prepara, io controllo. Il tempo risparmiato non va a “fare di più con meno persone”, ma a fare meglio: più controlli sui numeri, più tempo con i clienti, risposte più rapide.

In una riga

L’AI non ti ruba il lavoro: ti toglie il primo gradino della scala. Tocca a chi forma, assume e studia costruirne uno nuovo.

Fonti

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Prossima opinione →Nell'era dell'AI slop, il giudizio diventa la merce più raraIl web si sta riempiendo di contenuti generati, tutti uguali e tutti plausibili. Perché credo che questo renda più preziosi, non meno, la firma, la verifica e una voce riconoscibile.